Ricominciano gli incontri della FUCI

Dopo un po’ di assenza (dovuta a varie cause, esami in prima linea) ricominciano finalmente gli incontri della FUCI. Il ciclo di incontri del secondo semestre sarà dedicato al libro del profeta Isaia: don Tomasz ci aiuterà a leggerlo, curandone anche la collocazione nel contesto storico.

Il primo incontro sarà giovedì 17 marzo, nei locali della chiesa di san Frediano (in piazza san Frediano, 5), alle ore 21. Don Tomasz presenterà un’introduzione al tema del profetismo.

Le date esatte delle riunioni successive saranno decise in tale occasione, a seconda della disponibilità di tutti quanti.

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Pizza 2.0 reloaded

Salve a tutti e buon anno.

La pizzata con i ragazzi di Lucca che, purtroppo, è saltata a causa della nevicata di dicembre (in vent’anni non ha nevicato così tanto come nel giorno preciso in cui dovevamo farla…) non è stata dimenticata. Sarà recuperata domenica 23 gennaio, sempre alla Spigolatrice. Ci vediamo alle 20.10 in piazza Garibaldi per andare insieme alla Spigolatrice.

Chi desidera partecipare deve confermarlo (in fretta!) a Giorgio (parente PUNTO giorgio CHIOCCIOLA gmail PUNTO com), che provvederà a prenotare.

Buon appetito! :-)

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Pizza annullata

A causa della neve, i ragazzi del gruppo di Lucca non possono venire.

Dunque, la pizza è rimandata a Gennaio, in data e luogo da definirsi.

Buon Natale a tutti!!!!!

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Cena di Natale

Ciao a tutti.

Gli incontri della FUCI riprenderanno dopo le festività natalizie. Questa settimana, per salutarci, organizzeremo una pizzata alla pizzeria “La Spigolatrice” venerdì 17 dicembre, insieme con gli amici del gruppo di Lucca.

L’appuntamento è alle 20.30, ma chi vuole risparmiarsi la fatica di cercare il locale, o semplicemente farsi quattro passi in compagnia, può venire alle 20.15 davanti a Salza.

Chi pensa di partecipare, mandi un’email di conferma a Giorgio (parente PUNTO giorgio CHIOCCIOLA gmail PUNTO com).

Ovviamente, i nostri migliori auguri per un Natale che sia occasione di gioia, di serenità e di vita in Gesù Cristo. :-)

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Aggiornamenti

Finalmente in questo sito è ritornata un po’ di vita: ho rimesso un po’ di ordine negli archivi, riorganizzato un po’ di informazioni e cancellato un po’ di roba vecchia ormai non più interessante. Vediamo se nei prossimi mesi riusciamo a tenerlo un po’ più curato.

Nel frattempo, un po’ a ridosso (a seconda dei punti di vista anche in ritardo), riporto il fatto che l’incontro di questa settimana non si tiene giovedì (ossia ieri), ma venerdì (oggi). Sempre alle 21, sempre nei locali della chiesa di san Frediano.

Giorgio Parente terrà un’introduzione al tema dell’uso dell’energia nucleare in Italia.

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I cristiani e l’impegno politico

“Seguendo il pensiero di Lazzati – soprattutto negli anni in cui cominciava più direttamente a pensare alla Città dell’uomo – si dovrebbe dire che i battezzati consapevoli devono percorrere un cammino inverso a quello degli ultimi vent’anni, cioè non mirare ad una presenza dei cristiani nelle realtà temporali e alla loro consistenza numerica e al loro peso politico, ma ad una ricostruzione delle coscienze e del loro peso interiore, che potrà poi, per intima coerenza ed adeguato sviluppo creativo, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale e politico.

Ma la partenza assolutamente indispensabile oggi mi sembra – in tanto baccanale dell’esteriore – l’assoluto primato dell’interiorità, dell’uomo interiore. (…) Dobbiamo ora porci come obiettivo urgente e categorico di formare le coscienze dei cristiani (almeno quelli di loro che vorrebbero essere consapevoli e coerenti) per edificare in loro un uomo interiore compiuto anche quanto all’etica pubblica, nelle dimensioni della veracità, della lealtà, della fortezza e della giustizia.

Ma san Paolo chi insegna anche che all’uomo interiore si oppone un’altra legge o forza antitetica che è nelle radici della nostra corporeità intaccata dal peccato. E la consapevolezza di questo dovrebbe anzitutti portarci tutti all’umiltà: a edificare i nostri sforzi individuali e collettivi sul presupposto della nostra miserabile fragilità, che fa dire all’Apostolo: “Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rm 7,24)

Umiltà, dunque: individuale e collettiva di noi tutti cristiani. Mentre è tanto facile che, come collettività, procediamo con falsa sicurezza, con infelice parresia, se non con arroganza che, proprio ripensando a tutti questi decenni, non dovremmo avere, ma dovremmo piuttosto sentire come ragione di confusione e di vergogna.

L’uomo interiore, tuttavia, può essere salvato, anzi, come dice san Paolo, rinnovarsi di giorno in giorno se è potentemente rafforzato dallo Spirito di Dio. Allora l’uomo interiore può essere elevato a uomo nuovo, veramente essere in Cristo una nuova creazione (2 Cor 5,17). (…) Ma appunto tutto ciò deve essere di ora in ora implorato da Dio, credendo e confidando nella sua Paternità misericordiosa (…).

Ma per questo ci vogliono dei battezzati formati ad essere e ad agire nel tempo continuamente guardando all’ultratemporale, cioè abituati a scrutare la storia, ma nella luce del metastorico, dell’escatologia. Purtroppo siamo invece più spesso abiutati al contrario, cioè ad immergerci continuamente e totalmente nella storia, anzi nella cronaca: la nostra miopia ci fa pensare all’oggi o al massimo al domani (sempre egoistico), non oltre, in una reale dilatazione dello spirito al di là dell’io.

C’è un altro aspetto ed una conseguenza particolare di questa auspicabile sanazione della nostra vista – sanazione, dico, operata dal richiamo escatologico – che mi pare, concludendo, di dovere fra le altre particolarmente segnalare: il ricordare sempre che la Chiesa non è ancora il regno di Dio ma ne è, se mai, il germe e l’inizio (Lumen Gentium, n.5). E va aggiunto che delle sue due funzioni: l’evangelizzazione (cioè l’annunzio del Cristo morto, risorto, glorificato) e l’animazione cristiana delle realtà temporali, la seconda spesso può concernere il Regno in modo molto indiretto. Il che porta a concludere che tutte queste realtà temporali che dovrebbero essere ordinate cristianamente (compresa la politica) possono essere finemente e saggiamente relativizzate, secondo le diverse opportunità concrete: e comunque sempre rispettate nella loro autonomia e perseguite da laici competenti e consapevoli che, come diceva Lazzati,

“vivono gomito a gomito, per così dire, degli uomini del loro tempo e di varia estrazione culturale (…) attraverso il confronto e il dialogo, naturalmente senza perdita della propria identità, sempre nel rispetto della natura di tali realtà e della loro legittima autonomia, con sincero sforzo di comprendere l’altro”

E’ questa la via verso la Città dell’uomo, nella prospettiva sempre intensamente mirata della Città celeste, della nuova Gerusalemme. ”

Estratto dal discorso “Sentinella, quanto resta della notte?” di G. Dossetti, 1994

(in “La parola ed il silenzio”, Ed. Paoline 2005).

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La Fuci di Pisa sulla legge 133

Il gruppo FUCI di Pisa condivide le riflessioni espresse dalla Presidenza nazionale della FUCI a proposito delle misure relative all’università contenute nel decreto 112/2008 così come convertito in legge 133/2008.

In particolar modo, esprime forti perplessità e preoccupazione circa la riduzione dei finanziamenti all’università, che interviene proprio in un momento in cui la ricerca e il mondo accademico italiani attraversano una situazione non facile. Il taglio dei finanziamenti previsto dalla legge ammonta a quasi 1 miliardo e mezzo di euro in cinque anni, ovvero circa 300 milioni di euro all’anno. Verosimilmente, il legislatore auspica un incentivo all’innovazione e all’efficienza delle università mediante lo sfoltimento dei finanziamenti.  Tuttavia, il taglio puro e semplice, non accompagnato da misure di bilanciamento e comunque più mirate, difficilmente potrà ottenere gli effetti sperati. Anzi, invece che stimolare al miglioramento, potrebbe essere utilizzato come pretesto per giustificare l’impossibilità di fare di più e meglio. E’ facilmente immaginabile che i tagli graveranno sulle attività didattiche e di ricerca, in termini quantitativi e qualitativi, oltre che sull’insieme di attività che consente il funzionamento dell’università e dei suoi servizi. Alcune università si troveranno in seria difficoltà.

A questo punto,assume rilevanza la disposizione che prevede la possibilità di trasformazione delle università pubbliche in fondazioni private. Se i finanziamenti pubblici si riducono, le università che accuseranno le maggiori difficoltà probabilmente troveranno più conveniente trasformarsi infondazioni private. Da questo scenario emerge, pertanto, come probabile conseguenza gravosa per gli iscritti e per le loro famiglie, un aumento delle tasse universitarie, sia per la riduzione dei finanziamenti pubblici sia per la trasformazione in fondazioni private, grazie alla quale salterebbe il tetto massimo attualmente vigente (le tasse universitarie possono coprire al massimo il 20% del Fondo di Finanziamento Ordinario).

Un’altra misura che fa sorgere alcune preoccupazioni è il blocco del turn over al 20%, per cui su cinque pensionamenti ci sarà una nuova assunzione.

E’ bene tenere conto, comunque, dei mali di cui soffre il nostro sistema universitario, se si vuole formulare una riflessione aperta e obiettiva. Attualmente si è assistito ad un proliferare di sedi e di corsi di laurea, fenomeno al quale si è accompagnato uno scadimento della qualità della didattica e della ricerca. Si deve segnalare, poi, il problema degli sprechi, che si traducono anch’essi in impedimenti alla didattica, alla formazione e alla ricerca. Costituiscono dei punti critici anche il meccanismo del reclutamento dei docenti, che attualmente è organizzato su base locale e che sembra essere di ostacolo alla mobilità dei candidati ai concorsi e non sempre offre garanzie di affidabilità per quanto concerne la selezione del merito. Inoltre, non dimostra di funzionare come dovrebbe il sistema della valutazione della didattica, della formazione e della ricerca. Bisognerebbe poi valutare i risultati prodotti dall’ordinamento dei corsi di laurea secondo lo schema del 3+2, sul quale si possono formulare riflessioni contrastanti. Sono questi i punti che andrebbero considerati al fine di un intervento legislativo riformatore sull’università, e che sono totalmente assenti dalla formulazione attuale della legge, che si limita ad elencare tagli di spesa e lascia all’oscuro anche molti dettagli concernenti la natura giuridica ed economica che le fondazioni private verrebbero ad assumere.  Se la grande disponibilità di risorse finanziarie non è sufficiente per assicurare una buona università, tuttavia il taglio di finanziamenti, già non abbondanti, non è un buon viatico per raggiungere l’obiettivo. La cultura e la scienza costituiscono un interesse primario della collettività, fondamentale per la sua stessa vita e per il suo futuro, nonché per la vita dei singoli, sia in quanto tali sia nel contesto delle formazioni sociali cui prendono parte. Crediamo che questo insieme di interessi e beni da tutelare e da promuovere non possa ricevere lo stesso trattamento, in termini di riduzione e riordino della spesa per la salvaguardia della finanza pubblica, che è destinato a qualsiasi altro ambito.

Per quanto concerne la privatizzazione delle università, non si tratta di difendere assunti ideologici. Una università privata può senz’altro essere una buona università. Del resto, le esperienze di altri paesi lo dimostrano. Il nodo della questione, però, è, appunto, che non si possono importare modelli stranieri senza tenere conto delle caratteristiche culturali e sociali in cui questi modelli vengono innestati. Bisogna considerare la loro compatibilità e la loro possibilità di attecchire. Pertanto bisogna chiedersi quali potrebbero essere i soggetti privati italiani interessati e disposti all’istituzione di università private. Tuttavia ciò non è sufficiente: una volta individuati tali soggetti, bisognerebbe chiedersi se questi siano, presumibilmente, idonei ad una promozione della ricerca culturale e scientifica e della formazione delle nuove generazioni effettivamente libera, ovvero non condizionata dagli interessi di determinati poteri. Se queste condizioni non ci fossero, bisognerebbe scegliere se rinunciare alla strada della privatizzazione o individuare le strategie per creare le condizioni della privatizzazione.

In ogni caso, bene irrinunciabile e imprescindibile è il diritto allo studio: ‹‹I capaci e meritevoli,anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso›› (art. 34, commi 3-4, Cost.). Tale diritto verrebbe evidentemente non garantito nel momento in cui la privatizzazione dell’università portasse ad un aumento delle tasse non controbilanciato dall’istituzione di apposite borse di studio per i suddetti “meritevoli privi di mezzi”.

La strada deve essere trovata nel dialogo tra le parti in causa, che sono la politica – la politica stessa, poi, dovrebbe nutrire il dialogo al suo interno –, e il mondo dell’università, composto di studenti, docenti e ricercatori. A tal proposito, il canale del decreto-legge non è stato ideale per intraprendere scelte condivise. Sosteniamo dunque la necessità di una protesta consapevole e ragionata, e al contempo auspichiamo un incremento ed un’intensificazione del dialogo, in particolar modo dell’ascolto reciproco tra le parti, affinché siano capaci di trovare un ragionevole punto di equilibrio nel rispetto del bene dell’Università.

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Documenti percorso 2008/2009

Ecco alcuni documenti che analizzeremo durante il nostro percorso culturale sul dialogo interreligioso:

Nostra Aetate, 1965

Dialogo e Annuncio, 1999

Dominus Iesus, 2000

Il cristianesimo e le religioni, documento della Commissione Teologica Internazionale, 1993

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La Dottrina sociale della Chiesa su economia e ambiente

Durante il nostro percorso su sviluppo e giustizia abbiamo preso in esame anche il Compendio della dottrina sociale della Chiesa: abbiamo infatti cercato di inserire all’interno di una prospettiva cristiana i problemi legati alla concezione dell’economia e del rapporto con l’ambiente, in quanto dimensioni della vita umana in generale. Ci siamo inizialmente soffermati sui principi generali che ispirano la dottrina sociale, a partire dall’introduzione. Infatti il messaggio di Redenzione di cui la Chiesa si fa carico è un messaggio rivolto a “tutto l’uomo”, cioè all’esperienza umana in tutti i suoi risvolti anche sociali; per questo sussiste un forte nesso tra evangelizzazione e promozione umana. La Chiesa non si fa carico della vita in società sotto ogni aspetto, ma con la competenza sua propria, che è quella dell’annuncio di Cristo Redentore: « La missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è d’ordine politico, economico o sociale: il fine che le ha prefisso è di ordine religioso. Eppure proprio da questa missione religiosa derivano un compito, una luce e delle forze che possono servire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la Legge divina ». A partire da questa premessa vengono esposti i cinque principi fondanti della dottrina sociale: 1) Il principio del bene comune , inteso come « l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente ». Esso deriva dalla pari dignità di tutti gli esseri umani, ed è ulteriore rispetto alla semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale; come bene indivisibile, cioè di tutti e di ciascuno, è infatti possibile raggiungerlo soltanto insieme. 2) La destinazione universale dei beni. Tale principio discende da quello del bene comune, ed è così formulato: « Dio ha destinato la terra con tutto quello che in essa è contenuto all’uso di tutti gli uomini e popoli, sicché i beni creati devono pervenire a tutti con equo criterio, avendo per guida la giustizia e per compagna la carità ». 3) Il principio di sussidiarietà: “In base a tale principio, tutte le società di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto subsidium ») - quindi di sostegno, promozione, sviluppo – rispetto alle minori. Caratteristica conseguenza della sussidiarietà è la partecipazione”. 4) Il principio di solidarietà, che conferisce particolare risalto all’ intrinseca socialità della persona umana, all’uguaglianza di tutti in dignità e diritti, al comune cammino degli uomini e ei popoli verso una sempre più convinta unità. 5) La via della carità. La carità viene qui presentata nella sua autentica valenza di criterio supremo e universale dell’intera etica sociale. Essa è intesa come un principio che “presuppone e trascende la giustizia”, completandola. Pertanto,Nessuna legislazione, nessun sistema di regole (…) riusciranno a persuadere uomini e popoli a vivere nell’unità, nella fraternità e nella pace, nessuna argomentazione potrà superare l’appello della carità”.

Dopo questa introduzione generale ci siamo dedicati a temi più specifici; in particolare abbiamo letto il capitolo VII, dedicato alla vita economica. Le Sacre Scritture propongono una duplice rappresentazione dei beni economici: da un lato l’abbondanza è benedizione di Dio, dall’altro la ricchezza è condannata nella misura in cui diviene causa scatenante di imbrogli, sfruttamenti, ingiustizie. La stessa povertà, che di per sé è un male, se vissuta nella fede predispone al riconoscimento dell’ordine creaturale fissato da Dio. Il “povero” sa che ogni bene è un dono che viene da Dio. Alla luce della Rivelazione, l’attività economica deve essere posta a servizio dell’uomo e della società; per questo beni mantengono sempre una destinazione universale: Dio li ha creati per tutti. I fini particolari dell’attività economica devono essere subordinati armonicamente ai fini superiori, fino al fine supremo. Efficienza e promozione dello sviluppo umano non sono in alternativa, ma l’una è subordinata all’altra. Se da una parte il diritto di iniziativa economica individuale non può essere alienato perché in esso si esprime la soggettività creativa dell’uomo, dall’altro l’impresa non può calpestare la dignità delle persone che vi operano e lavorano. Per questo il libero mercato può essere compatibile con l’utilità sociale se la competizione stimola la virtù individuale e la virtù sociale. Lo Stato deve salvaguardare una certa uguaglianza tra le parti, in modo da evitare che una possa ridurre in schiavitù l’altra. I consumatori, dal canto loro, influenzano la realtà economica scegliendo liberamente tra consumo e risparmio: una scelta economica è al contempo una scelta morale e culturale. A livello globale, non vanno trascurati l’aumento delle disuguaglianze, tra Stati e dentro gli Stati, la mancanza di rispetto verso le culture dei popoli più poveri, la scarsa responsabilità verso le generazioni future.

Infine abbiamo preso in considerazione il capitolo X, dedicato al rapporto tra uomo e ambiente. Infatti la creazione, al cui vertice è stato posto l’uomo, non si configura come come un luogo ostile o un male da cui liberarsi, ma come un dono, ed in particolare come “il luogo e il progetto che Egli affida alla responsabile guida e operosità dell’uomo“. Lo strumento di mediazione con la Natura fornito da Dio è il lavoro, che possiede una dignità intrinseca. In questo modo la relazione uomo/natura presuppone il più profondo rapporto tra l’uomo/Dio e Dio/natura. Da una parte il peccato umano ha portato squilibrio nell’armonia della creazione, e dall’altra “la natura stessa partecipa al dramma del Figlio di Dio rifiutato e alla vittoria della Risurrezione”. Grazie alla Risurrezione, Gesù ristabilisce quei rapporti di ordine ed armonia che il peccato aveva distrutto; dunque la coscienza degli squilibri tra l’uomo e la natura deve accompagnarsi alla consapevolezza che in Gesù è avvenuta la riconciliazione dell’uomo e del mondo con Dio.

È sempre bene tenere presente che solo all’interno di un rapporto con il Dio trascendente e creatore l’uomo può rapportarsi correttamente al mondo che lo circonda: se viene spezzato il legame che unisce il mondo a Dio, tale rottura finisce per disancorare dalla terra anche l’uomo, che si sente estraneo al mondo che lo circonda. Se si mette tra parentesi la relazione con Dio, si svuota la natura del suo significato profondo: “Il mondo si offre allo sguardo delluomo come traccia di Dio”, luogo nel quale si disvela il suo mistero.

In questa ottica l’attività della ricerca scientifica e la sua applicazione tecnica sono valutate come intrinsecamente positive; le conquiste scientifiche dell’umanità e gli sforzi per migliorare la propia condizione di vita sono “segno della grandezza di Dio e frutto del suo ineffabile progetto”. Ad es. la genetica e la sua applicazione tecnologica nell’agricoltura e nell’industria può essere uno strumento importante per la risoluzione di problemi come quello della fame e della malattia. È necessario però che di tali strumenti si faccia buon uso; il punto di riferimento centrale deve essere “il rispetto dell’uomo, che deve accompagnarsi al rispetto nei confronti delle altre creature viventi”. L’uomo, nella consapevolezza di essere collaboratore del progetto divino sulla creazione, non può infatti credere di poterne abusare a proprio piacimento; da qui segue la connessione necessaria tra la liceità degli interventi dell’uomo sulla natura e il senso di responsabilità dell’uomo stesso. La natura non è in sè in una realtà sacra e intangibile; proprio per questo l’uomo deve assumersi la responsabilità dei propri interventi. “Una corretta concezione dell’ambiente, da una parte non può ridurre utilitaristicamente la natura a mero oggetto di manipolazione, ma dall’altra non deve assolutizzarla e sovrapporla in dignità alla stessa persona umana”.

La tutela dell’ambiente costituisce una sfida per l’umanità intera: si tratta del dovere, comune e universale, di rispettare un bene collettivo, destinato a tutti. La responsabilità verso l’ambiente si estende anche alle esigenza delle generazioni future. Per questo la programmazione dello sviluppo economico deve tenere in considerazione la non rinnovabilità di alcune risorse. Sempre nell’ottica della destinazione universale è necessario che i beni siano “equamente condivisi, secondo giustizia e carità”, in special modo nel caso dei beni di sussistenza, come l’acqua; l’avidità, sia essa individuale o collettiva, è contraria all’ordine della creazione. Va inoltre fatt notare come gli attuali problemi ecologici possono essere affrontati solo grazie ad una cooperazione internazionale; inoltre non bisogna ritenere la crescita demografica sia incompatibile con uno sviluppo integrale e solidale. Per il risolvimento dei problemi ecologici del presente si auspica inoltre un più generale cambiamento di stili di vita, improntati a solidarietà e sobrietà, nella consapevolezza dell’interdipendenza che lega tra loro tutti gli abitanti della terra.

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Il problema dei brevetti

Tratto da: ” Per un futuro equo”, a cura di Wolfang Sachs e Tilman Santarius, Feltrinelli, Milano 2007

DIRITTO INTERNAZIONALE: I BREVETTI SUL VIVENTE

  1. Introduzione

L’epoca attuale, in cui l’economia industriale è affiancata o si è trasformata in economia dei servizi, vede svolgersi conflitti che non riguardano solo le materie prime/risorse naturali, ma anche e soprattutto le conoscenze per manipolarle. Chi offre conoscenze ha una posizione privilegiata (problema di acquisizione dei diritti di proprietà intellettuale).

Brevetti (sulle invenzioni, sulle tecnologie, sui codici genetici…): diritti certificati che assicurano a chi sviluppa idee e prodotti una tutela limitata, con il controllo esclusivo dello sfruttamento economico delle proprie creazioni.

Biobrevetti: brevetti sui codici genetici di piante, animali, microrganismi.

E’ con la globalizzazione che sono nate le prime leggi ed è iniziata la ricerca di accordi internazionali, universali: con quali regole rilasciare i brevetti? (WTO; gli stati del “Nord” del mondo e alcune imprese fanno però la parte da leone, rispetto ai paesi del “Sud” e alle comunità locali).

1. Biodiversità

La biodiversità è considerata dalle persone di buon senso un bene comune, un’eredità collettiva.La FAO (uno dei primi accordi di diritto internazionale per il trattamento delle risorse viventi), nel 1983, ne ha dato tale definizione. Per le imprese che coltivano a scopo di lucro tale definizione rappresenta però una minaccia per la protezione delle coltivazioni fondate sul diritto privato, per la paura di perdere i profitti che derivano dall’esclusiva commercializzazione dei propri prodotti.

    Per le comunità locali (in aree ad alta biodiversità) è inoltre necessario veder riconoscere il valore delle proprie coltivazioni e averne l’esclusiva.

    Gli stati del Sud del mondo ritengono infine la biodiversità un patrimonio nazionale; non vogliono che l’accesso ad essa per i paesi del Nord sia senza regola in nome del “patrimonio comune”.

    2.Biopirateria

    Se il concetto di “eredità comune” pone problemi, il diritto di proprietà ne pone altri.Le imprese biotecnologiche e le multinazionali (dei paesi del Nord) ricercano conoscenze tradizionali e materiale genetico nei paesi ad alta biodiversità per ottimizzare le merci (principi attivi per medicinali, cosmetici, farmaci). Cercano quindi di ottenere brevetti sulla proprietà di tali prodotti per accaparrarsi il diritto di stabilirne il prezzo sul mercato. In tal modo le popolazioni locali si sentono espropriate. Da ciò nasce il concetto di biopirateria, che a seconda della prospettiva assume diverso significato: per le comunità locali e gli stati del sud tale accusa è rivolta alle imprese che si appropriano di risorse senza il consenso della comunità o dello stato di appartenenza e che non ne condividono i proventi (esempio: ditta Pfizer-pianta di Hoodia); per le imprese transnazionali la biopirateria è l’uso non autorizzato dei loro prodotti, il non pagarne i diritti di utilizzo (esempio: Monsanto 2001-uso di sementi sotto brevetto).

      3.Estinzione della biodiversità

      L’uso della varietà biologica è connesso con pratiche culturali, è illegittimo privatizzarlo.I diritti di proprietà intellettuale contribuiscono all’estinzione della biodiversità, determinando l’uniformità genetica mondiale delle specie.

      Le piante standardizzate inoltre sono più vulnerabili ad agenti patogeni (fenomeno dell’erosione genetica)

      Esempio:riso indiano da 50000 tipi a 30 tipi,con semi standard non consoni al terreno.

      4. Conflitti sociali e politici

        Non si tratta solo di un problema di biodiversità: il conflitto sui brevetti è un conflitto più ampio, di natura sociale e politica. I brevetti, limitando l’accesso ad alcune parti della biosfera mettono in pericolo alcune forme di vita tradizionali.

        Chi possiede le conoscenze? (chi ripartisce i profitti?) 6 multinazionali (Aventis, Dow, Du pont, Mitsui, Monsanto e Syngenta) controllano il 98% del mercato mondiale di organismi geneticamente modificati ed hanno quindi interesse nei brevetti e in un alto costo di rilascio delle licenze.

        5.Paradossi

        Ufficialmente i semi modificati dovrebbero garantire raccolti migliori in spazi minori, cancellando la povertà (costi minori), ma non è così.

        Esempio: Monsanto- Bit Cotton in India e aumento del debito dei contadini.

        In realtà

        -ricerche solo su prodotti redditizi senza considerare i reali bisogni dei contadini,

        -si sono trascurati i 5 prodotti davvero fondamentali (sorgo, miglio, ceci, piselli, arachidi);

        -solo l’1% del budget è stato investito in progetti utili per il Sud;

        - la maggior parte del budget è stato usato per migliorare la resistenza ai pesticidi ( le 6 multinazionali controllano anche il 70% del mercato dei fitofarmaci),

        - minore varietà a disposizione per lo scambio o la scelta (semi più adatti al clima, al terreno…)

        - le popolazioni sono costrette a pagare beni che apparterrebbero a loro stesse!

        6.Accordi internazionali (1)

        ONU: Convenzione sulla biodiversità (dal 1993 vi hanno aderito 188 stati, ma non gli Usa). Le risorse genetiche sono considerate un valore reale o potenziale su cui gli stati hanno diritto sovrano. L’accesso ad esse è basato sul consenso e sull’equa ripartizione dei proventi.

        Problema: non ci sono accordi vincolanti; la convenzione viene applicata a discrezione dei vari stati. Ad aderire è chi è sensibile e vuole tutelare la biodiversità. Non c’è alcun potere sanzionatorio e ciò fa si che la convenzione e chi la promuove siano inascoltati.

        Accordo TRIPS del WTO (1995, 149 paesi). Accordi per la tutela della proprietà intellettuale basata sul diritto privato. Non c’è riconoscimento della sovranità nazionale, delle conoscenze tradizionali, né vige il principio dell’equa condivisione. A sottoscriverla sono i rappresentanti dei governi con esperti di economia e gestione di aziende. Sono applicate sanzioni pesanti nei confronti di chi compie infrazioni.

        Conflitto: Stati Africani vs UE, USA; timore degli USA: il sapere tradizionale va contro le leggi sui brevetti. Il WTO non è la sede adatta per discutere di biodiversità: è nato il WIPO (organizzazione mondiale sulla proprietà intellettuale).

        Possibile soluzione. Proprietà comune del brevetto tra comunità locale e imprese?

        7.Accordi bilaterali

          Per accelerare le trattative gli stati del Nord attuano accordi bilaterali con gli stati del Sud che in tal modo non hanno la possibilità di coalizzarsi. Si parla di TRIPS plus, molto più rigidi, con promesse di vantaggi ed accessi più favorevoli al mercato per certe merci. In realtà ciò comporta l’estensione dei vincoli nei confronti di tutti gli altri stati del WTO. Si tratta quindi di un modo per evitare trattative multilaterali più complesse e soddisfare gli interessi dei potenti..

          8. Accordi internazionali (2)

          1961: UPOV: Unione internazionale delle novità vegetali (tra stati industriali, con la partecipazione di pochi stati del Sud). Lo scopo era tutelare la difesa dei diritti di proprietà intellettuale dei loro coltivatori. Venivano di fatto tutelati i diritti dei grandi coltivatori e non dei piccoli; i costi per una certificazione erano molto alti; non si favoriva il libero scambio, ma i monopoli; veniva favorita l’uniformità delle specie vegetali.

          2004: Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO).

          Una discussione più equa ha portato al divieto di brevetto per le 64 specie più diffuse, souvenir dell’eredità comune. problemi irrisolti:

          -ciò vale solo per le specie native

          -come far valere tali principi?

          -quale relazione con i TRIPS?

          9.Conclusioni

          Tra Nord e Sud è in corso una sorta di tiro alla fune. La forza della legge fa giustizia o sostiene il diritto del più forte?

          Solo la legge può mettere fine alle prevaricazioni del più forte e portare a qualche giusta vittoria per le comunità locali e gli stati del Sud (nei summit si realizzano, di volta in volta, piccole vittorie da entrambe le parti). La legge che va applicata è quindi una legge che bilanci le differenze di potere, non che le renda più marcate; una legge che non è espressione di un diritto naturale, ma che bilancia una naturale disuguaglianza/ingiustizia.

          Riflessioni

          -Biodiversità: patrimonio comune che tutti possono sfruttare o principio di sovranità nazionale?

          -Estinzione della biodiversità: erosione genetica o piante davvero più resistenti?

          -Quali sono le sedi del dibattito? Ci sono sedi specifiche in cui discutere e far valere determinati principi o i principi dovrebbero valere sempre in tutti i contesti?

          -Giustizia: concetto carico di utopia, difficile da definire. Noi conosciamo le conseguenze dell’ingiustizia e dovremmo vivere uno sforzo costante per superare l’ingiustizia perchè “un modello di giustizia non equivale a un progetto o a un manuale per un mondo migliore, ma esprime quegli ideali che spingono ad opporsi all’ingiustizia“.

          Sintesi di Francesca Maria Quaglia, 21 febbraio 2008.

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