La Globalizzazione che Funziona

Joseph STIGLITZ, La Globalizzazione che funziona*

(Einaudi 2006).

Nel suo libro Stiglitz affronta il problema della globalizzazione dai diversi punti di vista politico, finanziario, sociale ed ambientale; noi ci concentreremo solo su alcuni problemi, quali quello dello sviluppo e del commercio internazionale.

Stiglitz mette in luce la necessità di “far funzionare la globalizzazione” affichè mantenga le promesse di sviluppo che ha alimentato alla sua nascita e che non ha mantenuto (attualmentze l’80 % della popolazione mondale vive in condizioni di povertà). Nella sua ottica non ha senso chiedersi se la globalizzazione sia un bene o un male in sè, bensì è importante che essa sia gestita correttamente affichè possa massimizzare il benessere in senso globale. Per far ciò è necessario considerare che lo sviluppo è complesso, ed è importante mantenere un approccio “flessibile” e onnicomprensivo, che tenga conto di tutte le situazioni particolari dei paesi in via di svilippo in questione.

In particolare bisogna tenere in uguale considerazione 3 fattori: 1) mercato 2) stato 3) cittadini. Le “ricette uniche” in qualche possono essere caso dannose; ad es. il libero commercio non favorisce di per sè il benessere. Per questi motivi S. rivolge le sue critiche alla Banca Mondiale e all’Fmi, accusandoli di proporre sempre la stessa ricetta di sviluppo (basata prevalentemente sulla riduzione al minimo del ruolo dello stato nell’economia e sulla liberalizzazione del commercio) anche nei casi in cui queste misure possano risultare dannose o controproducenti (ad es. nel caso dell’Argentina o di alcuni paesi africani).

Inoltre questo modello economico, separando i temi dell’efficienza e dell’equita’, ha favorito gli interessi economici dei paesi industrializzati a discapito e degli interessi dei paesi poveri del mondo, le cui condizioni sono spesso peggiorate in seguito all’apertura al mercato internazionale. Rimane assodata l’importanza dell’economia di mercato, e tuttavia affinche la globalizzazione funzioni davvero è necessario un giusto equilibrio tra pubblico e privato, ovvero non può mancare la regolamentazione a proposito delle conseguenze che non sono previste dalle leggi di mercato; es. costi sociali (forbice interna dei redditi, occupazione, mancanza di servizi) ed ambientali. Stiglitz porta come esempio positivo il caso di alcuni paesi (Cina ed Est asiatico) che hanno sfruttato positivamente la globalizzazione tramite un’apertura graduale e gestita al mercato. Ad esempio, perchè un paese attiri gli investimenti esterni, non è sufficiente aprire i propri mercati, bensì è altrettanto necessaria la creazione di infrastrutture, leggi che assicurino la solidità del sistema bancario e dei mercati azionari, che prevengano il degrado ambientale, promuovano la scolarizzazione (investimenti nell’istruzione e nella tecnologia, necessari per colmare il “knowledge gap” tra paesi industrializzati e non). Inoltre in alcuni casi anche se il PIL aumenta non è detto che la crescita sia sostenibile né che si mantenga costante nel tempo.

Ad ogni modo il motore della crescita non è tanto l’abolizione delle barriere commerciali, quanto l’incremento delle esportazioni; ma questo è stato impedito a tanti PVS, sottoposti ad una concorrenza iniqua con i paesi già sviluppati, che in molti casi non hanno di fatto rispettato il principio di reciprocità commerciale (cioè l’abolizione simmetrica delle barriere commerciali). Inoltre il potere di contrattazione tra paesi sviluppati e non è asimmetrico ; questi negoziati non prevedono punizioni per i paesi che hanno violato una norma, ma autorizzano quelli che hanno subito una violazione a imporre restrizioni commerciali; in questo modo i paesi industrializzati detengono di fatto il potere di violare un accordo commerciale senza pagarne le conseguenze. Infine Stiglitz sottilinea la necessità di una gestione democratica della globalizzazione, criticando in particolare il l sistema di voto vigente all’interno dell’FMI e della Banca mondiale, che chiaramente privilegia i paesi “occidentali” (il voto di un Paese infatti è ponderato a seconda della quota detenuta-cioè del capitale messo a disposizione). Il FMI è accusato di prendere le sue decisioni in maniera poco trasparente e di imporle ai governi democraticamente eletti che si trovano così a perdere la sovranità sulle loro politiche nazionali.

* Sintesi a cura di Margherita Miceli

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