Per un futuro equo

1. Per un futuro equo: Giustizia per realisti*

1.1 Un mondo interdipendente

Esigenza di giustizia come esigenza realistica, anche nell’interesse dei paesi sviluppati del Nord: vista la sempre crescente interdipendenza a livello planetario, tutti i paesi sono contraddistinti da “vulnerabilità reciproca” (p. 15) [cfr. 11 settembre]. L’urgenza di una società cosmopolita è il bisogno fondamentale del nostro tempo. La giustizia è “la spina dorsale di un ordine permanente” (p. 19). Ora, fin quando esistevano dipendenze unilaterali la giustizia era questione da anime belle; ma da quando l’interdipendenza è così accentuata la giustizia è diventata una questione per realisti.

1.2 Un mondo diviso

L’idea che lo sviluppo avrebbe ridotto il gap tra paesi ricchi e poveri è stata smentita: anzi, la diseguaglianza negli ultimi 20 anni è in continua crescita (cfr. grafico coefficiente Gini, p. 22). Inoltre va anche considerata la forbice dei redditi interna ai vari paesi, nonché il problema delle aspettative crescenti inevitabilmente frustrate.

La percentuale dei poveri a livello mondiale è diminuita, ma soprattutto per via dello sviluppo di Cina e India; però è aumentata altrove (Africa, Asia centrale…). Poi la misurazione della povertà non è priva di ambiguità. La riduzione della povertà non implica necessariamente la riduzione delle diseguaglianze (ex squilibrio tra le varie regioni in Cina e India).

1.3 Un mondo finito

Meadows et al., I limiti dello sviluppo (1972): la finitezza della biosfera non può prima o poi non imporre dei limiti alla crescita economica. Si discute sulla entità delle risorse e sui tempi di esaurimento, ma non c’è dubbio che esse sono finite. Inoltre, la Terra non è solo un magazzino di materie prime, ma anche il fondamento dell’esistenza della vita: non vi è aumento di benessere che possa compensare la “riduzione delle basi vitali” (p. 33).

Segnali d’allarme sullo stato degli ecosistemi (p. 35): riscaldamento dell’atmosfera, diminuzione delle zone umide, riduzione della biodiversità, erosione del suolo, scarsità d’acqua, abbattimento delle foreste, riduzione delle riserve ittiche.

Impronta ecologica (superficie di territorio necessaria a sostenere una data economia): cresciuta dell’80 % tra il 1960 e il 2000: consumiamo più risorse di quante la natura riesce a rigenerare (grafico p. 38).

1.4 Giustizia e confini

Triplice declinazione della giustizia ecologica:

1) giustizia biosferica: riconoscere che il diritto all’esistenza spetta a ogni essere vivente;

2) giustizia intergenerazionale: le generazioni future hanno diritto a un mondo abitabile;

3) giustizia intragenerazionale: lo sfruttamento degli ecosistemi comporta problemi non solo ambientali, ma anche sociali (squilibrio vantaggi/svantaggi dello sfruttamento).

Non esiste più “la supposta sinergia tra una richiesta di giustizia e una politica di crescita economica” (p. 42): il mito della crescita infinita si nutre dell’ideologia del progresso e misconosce i limiti che la sostenibilità ambientale impone. Il pianeta non reggerebbe un’estensione a tutta la popolazione mondiale degli standard di vita occidentali: urge un ripensamento profondo del nostro modello di benessere (p. 45).

Gandhi (1928): “Dio non vuole che l’India reclami un’industrializzazione che segue il modello occidentale. L’imperialismo economico di una sola minuscola isola-regno (l’Inghilterra) oggi tiene in catene il mondo. Se un’intera nazione con trecento milioni di abitanti ambisse a un simile sfruttamento, il mondo sarebbe divorato come dalla piaga delle cavallette” (p. 38).

2. Un ambiente diseguale

2.1 La triade degli onnivori

“Sebbene la biosfera sia uguale per tutti e non appartenga a nessuno, regioni, classi e nazioni diverse la utilizzano in modo asimmetrico” (p. 48).

Disparità tra disponibilità e richiesta di risorse: le riserve di materie prime e fonti di energia non rinnovabili (combustibili fossili) si trovano per lo più nei paesi de Sud del mondo, ma sono sfruttate per l’industria soprattutto da quelli del Nord (grafici pp. 56 e 60).

Inoltre le conseguenze dei mutamenti climatici causati dall’industrializzazione colpiranno più duramente i paesi che meno contribuiscono a causarli. Ex (ricerca Parry et al. 2001): per un aumento di 2°, nel 2050, 25 milioni di persone saranno minacciate dallo straripamento delle acque, tra i 180 e i 250 milioni dalla malaria e tra i 200 e i 300 milioni dalla scarsità idrica. L’impronta ecologica pro capite dei paesi industriali è circa 6 volte quella dei paesi poveri.

2.2 Uno scambio ecologico impari

L’intensificazione degli scambi a livello globale riduce o acuisce le diseguaglianze?

Il commercio mondiale aumenta molto più rapidamente del Pil mondiale (grafico p. 68). Il benessere dei paesi industriali si fonda soprattutto sugli ultimi stadi della lavorazione dei prodotti, mentre le materie prime vengono importate; al contrario, i paesi del Sud che producono soprattutto materie prime restano in uno stadio di sottosviluppo finanziario (p. 72). Zaino ecologico = volume totale di consumo di risorse incorporato in un prodotto

Total material requirement = somma di tutti i prelievi di beni naturali da parte di un’economia

Analizzando le importazioni dei vari paesi secondo questi indicatori, si percepisce facilmente lo squilibrio esistente tra paesi ricchi e paesi poveri: i primi importano merci con zaino ecologico elevatissimo, ma trasferiscono l’impatto ambientale lontano dai propri territori (ex Unione Europea, p. 73).

Potere, da un p. d. v. ecologico = “capacità di godere dei benefici ambientali e di far pagare ad altri i costi” (p. 76). I paesi ricchi sono riusciti a interporre una maggiore distanza geografica tra luoghi che godono dei vantaggi del benessere e quelli su cui ricadono i danni ambientali (rich country illusion effect): il disinquinamento proprio è ottenuto semplicemente trasferendo altrove il peso ecologico. I paesi poveri, per partecipare alla produzione di maggiore ricchezza, pagano il prezzo dell’autoavvelenamento (rifiuti, deforestazione, erosione del suolo, scarsità idrica).

2.3 Le pretese delle potenze emergenti

Ambiguità dei “paesi in via di sviluppo”: (1) tra essi ve ne sono alcuni in forte crescita, che si stanno affermando come potenze emergenti (Cina, India…); (2) il divario presente all’interno della società dello stesso paese tra ricchi e poveri può essere molto consistente.

Sarebbe importante che i paesi emergenti riuscissero ad “autodeterminare il proprio sviluppo” (p. 81), senza seguire in tutto e per tutto gli attuali paesi industriali e i loro stili di vita. Ascesa dei paesi emergenti = non dell’intera nazione, ma di particolari aree reputate vantaggiose: in India e Cina si tratta di regioni assai ristrette, mentre tutto il resto del territorio rimane ben più povero e arretrato. Il primato delle “città globali” si rispecchia anche nei flussi di traffico dei trasporti internazionali (tra l’altro, nei prossimi 20 anni il traffico aereo supererà l’industria come maggiore consumatore finale di energia).

Spesso le statistiche (ONU ecc.) si affidano agli istituti di statistica nazionali, ma questa scala nazionale è poco rappresentativa: la classe dei ricchi consumatori ormai è transnazionale, e tende ad uniformarsi su un medesimo stile di vita; mentre i benefici (ex dell’impiego di energia) non si estendono mai all’intera popolazione di un paese. Nelle metropoli del Sud c’è un abisso tra i quartieri ricchi e le immense baraccopoli.

*Questa pagina è una sintesi a cura di Emanuele Bordello di:

Per un futuro equo. Conflitti sulle risorse e giustizia globale. Report del Wuppertal Institut, a cura di W. Sachs e T.Santarius. (tr.it. Feltrinelli, Milano 2007)

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